DELL'AMORE

ELEGIA 2046

APPUNTI DI SCRITTURA

La scena è vuota, dalla platea  uno spettatore si alza, tenta inutilmente il volo. Prova a salire sul palcoscenico, si arrampica, ricade fino a schiacciarsi. Finalmente appare sulla scena un attore, alza le braccia lanciando acuti gridi, e sobbalzi, e interruzioni. Lo spettatore si ricompone con faticosa leggerezza, torna indietro, in cerca del posto su cui era seduto.

Entrare in un teatro significa lasciarsi alle spalle la confusione che disordinatamente unisce, la siepe amara dei suoni che si oppone alla nostra cecità. Oltre la soglia di qualsiasi spazio chiuso, la visione si apre, esibisce se stessa: l'estrema nostalgia dei corpi che pure divora. Nel sogno la visione acceca e non si lascia conoscere se non quando la raccontiamo. Sulla scena il corpo dell'attore si mostra, si muove confondendo le tracce che pure dissemina tra la platea e il palcoscenico.

L' Elegia 2046 sembra allontanarsi da quanto pur esplicitamente dice: la centralità del ricordo e del sogno tendono a contaminare la realtà  con il desiderio, tendono a svuotare il tormento che ci stringe per la registrazione degli accadimenti quotidiani, tendono alla loro razionalizzazione e rappresentazione per sottometterla al gioco di ciò che gli artigli del reale non riescono ad afferrare, catturati dalla nebbia ostile che li circonda.

June è un angelo caduto che si serve del ricordo per giungere a sovrapporre le strade dell'uccidere e del lasciarsi morire.

L' Elegia cerca di raggiungere l'equilibrio di una sorta di montaggio parallelo tra le memorie lontanissime che hanno in comune soprattutto la crudele fascinazione dell'amore. Le immagini filmiche ripetono come attori improvvisati una storia che non conoscono ma che impercettibilmente avvertono come un deja vu. June gira intorno all'ossessione di un ricordo, uccide ciò che è già  morto, i fantasmi dei suoi affannosi sogni, lì, nella stanza 2046 dove ritorna dopo sette anni: "la stanza di tufo e fiori, di metallo e sale, di carne e di carta, di gridi taciuti e di felicità  sofferta, di un presente vuoto: il non luogo dove barattare al primo monte di pietà  lo spavento notturno per ritrovare i ricordi perduti." Un correre stando fermi, al limite del precipizio che il sogno e la realta  si contendono. La protagonista sul palcoscenico insegue immobile il reale, lo scova e lo tiene fermo inchiodandolo nell'immagine modulata della scena.

Il dramma  può svilupparsi soltanto nella pesantezza cupa del sonno, sulla scena nera dei sogni ed è nei sogni che June riempie di sangue la casella vuota della realtà parallela. Il sogno diventa una larga tenda di latte, uno schermo. Di fronte a questo schermo gli spettatori sono muti, le luci fredde, le ombre lacerate. "In punta di piedi/mi volto/fletto lo sguardo/mi allontano".

 

 

                                                                                                      Elena Schifino D'Andrea

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Si apetta solo di vedervi in scena. Mapi
Deve essere bello tutto questo.
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