NOTE DI REGIA
Il regista dovrebbe sempre guardare altrove. Qualora non ci riuscisse può fermarsi al margine o guardare dentro se stesso che è poi la stessa cosa. (Enzo Ungari)
Questo spettacolo costituito dalla commistione della parola poetica con i linguaggi teatrali e cinematografici, si pone al di là di quella che è comunemente definita la scrittura tradizionale o la rappresentazione dei sentimenti e dei comportamenti umani.
La ricerca di una marginalità sanguinante piuttosto che una interiorizzazione rassicurante, risponde ad una domanda che alimenta tutta la nuova drammaturgia teatrale in cui ogni ricerca critica enfatizza in misura davvero esagerata la ricerca di testi "necessari", come se la scrittura dovesse rispondere esclusivamente a bisogni materiali o intellettuali.
La nuova scena inglese all'inizio degli anni novanta aveva cercato di rispondere a questi bisogni cercando di rappresentare la realtà non per quello che era ma per come veniva percepita dall'inconscio e pur tuttavia il contenuto "eversivo" di cui era portatrice non veniva accettato e tutto si magmatizzava ad uso di organizzatori di festival per frettolose rappresentazioni.
In Italia negli ultimi anni, mentre Mariangela Gualtieri continua la sua ricerca poetica spettacolarizzando la parola, solo Romeo Castelucci ed il gruppo "Fanny e Alexander" hanno tentato di andare oltre una ricerca convenzionale, tentando di rappresentare non il "work in progress" ma la "life in progress" sconvolgendo un modo di produzione che per la prima volta ricerca nel linguaggio della serializzazione il significato della rappresentazione.
Il cinema italiano poi, invece di guardare altrove, soprattutto verso l'Estremo Oriente, il cui cinema si è interrogato sul cambiamento del modo di percepire il presente, ricorrendo continuamente al melò in chiave politica per una demistificazione degli stilemi di vita del mondo della produzione capitalistica occidentale, ha continuato a cercare in case e condomini una rappresentazione fittizia e fuorviante della realtà, rifiutandosi di cercare negli aeroporti, sulle autostrade, negli alberghi, nelle fabbriche, esistenze precarie, marginali, invisibili e forse, scomode. E se lo ha fatto, salvo debite eccezioni, lo ha fatto male.
In Occidente, infine, solo il documentario pare avere raggiunto contenuti forti in grado di devitalizzare messaggi contaminanti, tanto che se due registi come Lynch e De Palma decidono di servirsi del digitale, per iperrealizzare i loro due ultimi film vuol dire che forse qualcosa sta cambiando.
Questo spettacolo, dunque, più che raccontare una storia vissuta, vuole indagare e interrogarsi su una vita vissuta.
Uno degli scrittori più importanti del secolo scorso Philip K. Dick si domandava continuamente in che mondo vivessimo e se le nostre vite fossero reali. Ed io leggendo questi libri mi ero convinto che la realtà fosse un compromesso fra il sogno e la morte.
Leggendo il testo scritto da Elena, che è poi lo script dello spettacolo, l'ho da subito definito quantistico, senza accorgermi di avere usato un aggettivo scientifico per un testo poetico.
Perchè?
Innanzitutto perchè parla di una vita probabilmente vissuta, e che pur tuttavia interroga il suo passato. "Di quale amore cominciai a nutrirmi? Un infinito rincorrersi e prendersi nelle lunghe stagioni mentre muta la notte ci spingeva fra sorde onde e non ti scordar di me" ed i suoi sogni "Sul pianerottolo degli sconosciuti il tempo chiede altro tempo, il sonno chiede riscatto al corpo inghiottito dal mare".
E mentre parla di questo dilata il tempo, come per farci partecipi di un dramma che sembra appartenere alle vite degli altri, ma che partecipa alla vita di tutti, rimosso, ma sempre presente nell'agitare i fantasmi dell'inconscio.
Ma è andata realmente così? E gli interrogativi si susseguono, mentre sullo schermo appaiono immagini apparentemente senza tempo.
Inutile dire che senza la forza di questo testo lo spettacolo non si sarebbe fatto.
In conclusione volevo ricordare la musica eseguita al pianoforte da Cristina, elaborazioni musicali e sue composizioni eseguite con grande maestria (voglio sottolinearlo) qualcuna già ascoltata ed apprezzata. Ma lo farò più diffusamente nel prossimo scritto.
"Ho sognato una piazza: la stanza interna della mia città . Un corpo al centro e teste bianche di sale, tra le mani un filo rosso a coprire il volto".
(Dal testo scritto da Elena per lo spettacolo)
Antonio Savella


